Pensiero numero centoventiquattro

Raccontare una famiglia è il sogno di ogni scrittore. O per lo meno lo dovrebbe essere.
Perché? Perché la famiglia è il cardine di ogni storia.
Una domanda su tutte: un personaggio non è figlio o figlia di un padre e di una madre?
Andare alla fonte del proprio protagonista dovrebbe essere una aspirazione di uno scrittore.
E se non lo è non si capisce cosa voglia dire per lui scrivere.
Solo un nome fra i tanti: Giovanni Verga.
Lui con i suoi “Malavoglia” ha dato al futuro l’esempio di una famiglia del suo tempo, del suo presente. E mi piacerebbe capire quale scrittore non ambirebbe a raggiungere lo stesso traguardo: dare al futuro una famiglia del suo tempo.
Sotto un certo aspetto Federico Moccia c’è riuscito in questa missione. Perché partendo da una coppia di protagonisti ha delineato una sorta di famiglia di appartenenza che connota la vita di quei due protagonisti, babi e step.
Ce ne sono tanti, poco ma sicuro, di scrittori che ambiscono a far vivere la propria famiglia immaginaria all’interno di uno dei loro libri.
Una famiglia si trova sempre dentro un libro. E se non in senso tradizionale, in senso lato…

Pensiero numero centotredici

“Però” di Trilussa recitata e spiegata da Gigi Proietti

Però…
Tanta somiglianza con un tempo passato che per chi scrive c’è la tradizione di non volere ma non c’è la prova vivente che la cosa debba essere evitata.
Perché è proprio questo il fatto: se tu sei una persona a cui hanno detto che quel momento della storia del paese non ci deve essere, magari una generazione da retta, quella dopo gli scappa qualcuno. Ma prima o poi voglia o non voglia ci si ricasca.
Perché le persone sono desiderose di ordine quando intorno regna il disordine. Se ci fosse più disordine, il caos prenderebbe il sopravvento. Quindi si va alla ricerca di ordine. E il primo che passa pronto a darti l’ordine desiderato lo accogli più di un figlio.
E se dice di toglierti un braccio lo fai anche. E se ti dice che devi ammazzare un certo vicinato perché deturpa il panorama lo fai, tanto alla fine la responsabilità non è mica tua.
Mentre invece non si sa quanto ci si illude. Perché alla prima occasione l’uomo forte che da gli ordini scappa con una valigia di preziosi accumulati con la storia delle tasse. E lascia tutto alle ortiche…
E il proveruomo con la sola voglia di avere un poco d’ordine si ritrova in un processo, come imputato.
Però ho fatto ordine, si dice l’imputato.
Però l’ordine c’era da prima che tu agissi…

Pensiero numero settantatre

scuola
A Rozzano caos per il presepe a scuola

Per parità, visto che siamo tutti cittadini italiani, a scuola dovrebbero far festeggiare anche le altre festività religiose. Ma sotto un certo aspetto il preside della scuola di Rozzano non ha fatto una cosa tanto fuori da un senso di multiculturalismo difficile da trovare in bocca a Salvini o alla destra italiana.
Ha voluto mettere i bambini davanti al fatto che tutti meritano rispetto.
Se il rispetto Salvini lo avesse voluto dimostrare, non avrebbe politicizzato una manifestazione di genitori, come doveva essere o voleva essere del tutto genitoriale, e quindi portare la questione fuori da un ambito privato dell’ambiente scolastico. Per capirsi, sarebbe dovuta essere una questione tutta di Rozzano. Mentre adesso, sicuramente senza prova personale ma con la certezza che le telecamere vanno dove il dente duole, la questione riguarda anche tutti quei cronisti che fanno i loro collegamenti da Rozzano per i rispettivi programmi di appartenenza.
Forse quei genitori tutta, forse tanta, di quella esposizione mediatica non la volevano. Avrebbero magari voluto che il Ministro Giannini dicesse una parola chiara. Ma non solo al TG1 o al TG5. Una parola istituzionale che decidesse della questione e desse a riguardo il la al comportamento di altri dirigenti scolastici.