Pensiero numero centoventiquattro

Raccontare una famiglia è il sogno di ogni scrittore. O per lo meno lo dovrebbe essere.
Perché? Perché la famiglia è il cardine di ogni storia.
Una domanda su tutte: un personaggio non è figlio o figlia di un padre e di una madre?
Andare alla fonte del proprio protagonista dovrebbe essere una aspirazione di uno scrittore.
E se non lo è non si capisce cosa voglia dire per lui scrivere.
Solo un nome fra i tanti: Giovanni Verga.
Lui con i suoi “Malavoglia” ha dato al futuro l’esempio di una famiglia del suo tempo, del suo presente. E mi piacerebbe capire quale scrittore non ambirebbe a raggiungere lo stesso traguardo: dare al futuro una famiglia del suo tempo.
Sotto un certo aspetto Federico Moccia c’è riuscito in questa missione. Perché partendo da una coppia di protagonisti ha delineato una sorta di famiglia di appartenenza che connota la vita di quei due protagonisti, babi e step.
Ce ne sono tanti, poco ma sicuro, di scrittori che ambiscono a far vivere la propria famiglia immaginaria all’interno di uno dei loro libri.
Una famiglia si trova sempre dentro un libro. E se non in senso tradizionale, in senso lato…

Pensiero numero centodue

Intervista a Daria Bignardi

C’è chi crede che fare la scrittrice faccia parte di un mondo fuori dalla realtà.
E sotto un certo aspetto è anche vero…
Ma per il resto c’è tanta fatica…
Diversa dalla fatica di portare un pancale di mattoni. Ma comunque una fatica anche quella.
Bisogna far combaciare personaggi ed eventi. Uomini con altri uomini o con donne e viceversa.
Si cerca sempre un intrattenimento da parte di uno scrittore/scrittrice.
E lo si cerca sempre migliore…
Per alcuni casi si riesce. Per altri si perisce sotto il peso delle copie buttate al macero.
A Daria Bignardi non si crede succederà. Perché pur raccontando sempre qualcosa di sé non rimane mai a secco di una storia da raccontare.
Ma la domanda è: cosa le succederà, il macero o il successo?