Pensiero numero centoventiquattro

Raccontare una famiglia è il sogno di ogni scrittore. O per lo meno lo dovrebbe essere.
Perché? Perché la famiglia è il cardine di ogni storia.
Una domanda su tutte: un personaggio non è figlio o figlia di un padre e di una madre?
Andare alla fonte del proprio protagonista dovrebbe essere una aspirazione di uno scrittore.
E se non lo è non si capisce cosa voglia dire per lui scrivere.
Solo un nome fra i tanti: Giovanni Verga.
Lui con i suoi “Malavoglia” ha dato al futuro l’esempio di una famiglia del suo tempo, del suo presente. E mi piacerebbe capire quale scrittore non ambirebbe a raggiungere lo stesso traguardo: dare al futuro una famiglia del suo tempo.
Sotto un certo aspetto Federico Moccia c’è riuscito in questa missione. Perché partendo da una coppia di protagonisti ha delineato una sorta di famiglia di appartenenza che connota la vita di quei due protagonisti, babi e step.
Ce ne sono tanti, poco ma sicuro, di scrittori che ambiscono a far vivere la propria famiglia immaginaria all’interno di uno dei loro libri.
Una famiglia si trova sempre dentro un libro. E se non in senso tradizionale, in senso lato…

Pensiero numero centoventuno

Un luogo dove il libro è il padrone non può che essere un luogo dove le persone non trovano un pretesto per scannarsi. E’ un posto dove lasciare fuori tutto e rivestirsi dell’immane capacità che un libro possiede di vestire di esperienza nuova qualsiasi mente.
Il fatto però che il libro sempre più sia diventato un oggetto composto non da lettere ma da 0 e 1 ha portato a riflettere. Che da mezzo parzialmente democratico è diventato un mezzo per pochi eletti non democraticamente ma tecnocraticamente più adeguati.
Chi sta leggendo queste poche righe sa che la letteratura è diventata parte di un progetto più ampio in cui mezzi digitali hanno sempre più una rilevanza.
E’ questo che ammazza la capacità di leggere: da una parte il prezzo è inaccessibile, dall’altra parte non lo è ma ti devi rapportare con un mezzo digitale.
C’è solo una via d’uscita: i discorsi orali nella piazza con il tempo contato, come nell’antichità…

Pensiero numero centoventi

Il tempo della lettura è qualcosa che nasce a qualsiasi età. Un poco meno da adulti, ma può nascere…
La lettura, pur se nel volgo popolare considerato esercizio da sfigati – e per questo la persecuzione è forte e profonda – ha un buon nascere quando si è bambini, ragazzi. E ci si sbaglia se si crede che sono pochi i libri per ragazzi. Tolti Salgari e i romanzi femminili…
Mai oceano si potrebbe pensare di persone, uomini e donne, che scrivono pensando ad un pubblico delicato, o quasi, come quello dei ragazzi.
Ma i ragazzi avranno voglia di leggere o si dovrà rimettersi al vecchio meccanismo per cui si legge per fare interrogazione a scuola?
Il fatto che pesa è la persecuzione vera e propria che i propri vicini e coetanei fanno a chi si rinchiude dentro l’universo parallelo di una storia tanto inventata quanto presa dalla realtà. Si pensa sempre che l’unica cosa che conti siano donne, calcio e motori per i maschi e boutique, trucco e parrucco e faccende domestiche per le femmine.
Non si saprà mai quando ci sarà uno spiraglio, in fondo al tunnel…

Pensiero numero centoquindici

La morte di un membro della cultura è sempre un colpo. Perché sparisce un pezzo di conoscenza.
Chissà come mai se si tratta di un cantante, dato che la musica è anche cultura, tutti a dire ci dispiace. Se si tratta di un letterato tutti, e solo loro, quelli che leggono libri corrono a comprare i suoi libri.
Sono due modi di affrontare la perdita di un soggetto che magari anche solo per un secondo ha fatto sognare.
E sotto sotto i ci dispiace per il cantante sono generici. Perché i suoi seguaci non faranno altro che piangere lacrime salate. Solo che non compreranno i suoi album, visto che per conoscerlo hanno sicuramente dato fondo al portafogli pur di averli.
E’ morto oggi un cantante che ha fatto epoca. E’ morto Prince, il cantante di Minneapolis.
Mi dispiace…

Pensiero numero centoundici

Un gol blu spettacolare…

Ci sono persone che vivono la propria vita dietro al calciare un pallone.
E’ una indubbia maniera per avere qualcosa da dire quando non si hanno cose da dire.
Ma non si potrebbe provare a dialogare più liberamente, senza avere nella bocca il pressing e il fuorigioco?
Eppure ci sono persone che parlano di libri, di giardinaggio, collezioni di monete o di tappi di bottiglia. Esiste perfino una persona che è stata cercata dal Telegiornale nazionale per parlare dei suoi fiammiferi.
E’ vero che non si può aspettare il telegiornale per parlare della propria conoscenza. Ma non è un delitto approdare su nuove isole, esplorare nuovi mondi.
E’ peccato farlo?

Pensiero numero centodue

Intervista a Daria Bignardi

C’è chi crede che fare la scrittrice faccia parte di un mondo fuori dalla realtà.
E sotto un certo aspetto è anche vero…
Ma per il resto c’è tanta fatica…
Diversa dalla fatica di portare un pancale di mattoni. Ma comunque una fatica anche quella.
Bisogna far combaciare personaggi ed eventi. Uomini con altri uomini o con donne e viceversa.
Si cerca sempre un intrattenimento da parte di uno scrittore/scrittrice.
E lo si cerca sempre migliore…
Per alcuni casi si riesce. Per altri si perisce sotto il peso delle copie buttate al macero.
A Daria Bignardi non si crede succederà. Perché pur raccontando sempre qualcosa di sé non rimane mai a secco di una storia da raccontare.
Ma la domanda è: cosa le succederà, il macero o il successo?

Pensiero numero novantacinque

Il potere evocativo di una canzone è davvero eccezionale.
Si ascolta un determinato brano e il tempo sembra tornare indietro, quando lo hai sentito per la prima volta. E quindi quando ti scatenato quello che riassuntivamente può essere detto un delirio ormonale.
Ma non solo le canzoni fanno questo effetto. Non si può non citare un classico mastodontico della letteratura come la Recherche di Proust (vedi la scheda Wikipedia), con le sue madeleine e il suo ricordare.
Quindi è assodato che il meccanismo scatta.
Ma quando se ne diventa schiavi? Quando il voler ricordare diventa un rifugio bello e buono per non affrontare il presente?
Ognuno ha certamente la propria ricetta. Come ognuno ha il proprio metodo per scacciare la tensione nelle situazioni spinose.
Sarebbe bello se tutta questa conoscenza fosse disponibile ai più…

Pensiero numero novantatré

lusso
Girovagando per librerie, come se fosse una novità, si possono trovare tanti spunti.
Oggi è toccato ad un autore famoso, tra le tante cose per un certo verso più importanti, per aver fatto lungamente l’ospite al fu Maurizio Costanzo Show prima della chiusura, quando ancora trasmetteva dal Teatro Parioli.
Stefano Zecchi è uscito, infatti, con un volume sul lusso. Il titolo è “il lusso”.
Già soltanto la quarta di copertina offre tanto. Figurarsi, forse, la lettura del libro…
Perché il lusso, a volte, è qualcosa in cui si cade senza rendersene conto, inconsapevolmente. Una spirale piacevole e piena di piacere sensoriale che appaga.
E se non si sta attenti, droga.
Beneinteso, i marchi di lusso non sono dei pusher. Sono gente che cerca di fare del commercio.
E quel commercio può fare piacere a chi ne è l’ultimo anello, cioè il consumatore. Perché vuole avere quello che il commerciante commercia. Ne è desideroso quasi atavicamente.
A volte facendo domandare, a chi vede dal di fuori, come è possibile un prezzo simile per della merce che altrove costa dieci, cento, mille volte meno.
Bisogna disertare i luoghi del lusso? Più che altro bisogna sapersi comportare, saper comprare. Avere un rapporto costruttivo con ciò che è bello. Perché, come lascia intendere nella quarta Zecchi, diventare un albero di Natale riempito a casaccio è un attimo…