Pensiero numero centotrentasei

La conoscenza è una dama molto difficile da trattare.
E’ una donna capricciosa, che più ne hai e più ne vorresti avere del suo respiro e della sua voce. Una voce che ti riecheggia nei pensieri e nel flusso della tua riflessione.
Di solito va a braccetto con il marito, che è il potere. Ma sono solo una coppia aperta: alcuni sono amici del marito, alcuni della moglie. Chi fa i selfie con lui, chi fa i libri con la sua collaborazione – di lei – e alla fine tutti si ritrovano nel salotteggiare, a braccetto del proprio preferito.
Il problema è quando nascono i bastardi dei loro rapporti occasionali un po’ di qui un po’ di la. Sono dei bambini veramente pestiferi. La metà sono dei leader nati, perfino da piccoli. Gli altri sono tutti infusi di scienza, con una fetta di bravi, alle volte, servitori della mamma, in quanto supermammoni.
Si può anche diventare figli adottivi. Ma la strada è lunga soprattutto qui in Italia. Mentre invece in altre parti ci invidiano questi adottati, che partono da casa e vanno a dare lustro all’estero disconoscendo babbo e mamma.
Nel paese solo quelli un pochino più volpastri cercano di essere, tra i figli, figli di. Ma facendolo rafforzano la tradizione vecchia ma sempre valida per cui, giustamente con il giusto sangue nelle vene, non si può dire basta e fare come altrove, perché si perderebbe tanto per la strada…

Pensiero numero centoventiquattro

Raccontare una famiglia è il sogno di ogni scrittore. O per lo meno lo dovrebbe essere.
Perché? Perché la famiglia è il cardine di ogni storia.
Una domanda su tutte: un personaggio non è figlio o figlia di un padre e di una madre?
Andare alla fonte del proprio protagonista dovrebbe essere una aspirazione di uno scrittore.
E se non lo è non si capisce cosa voglia dire per lui scrivere.
Solo un nome fra i tanti: Giovanni Verga.
Lui con i suoi “Malavoglia” ha dato al futuro l’esempio di una famiglia del suo tempo, del suo presente. E mi piacerebbe capire quale scrittore non ambirebbe a raggiungere lo stesso traguardo: dare al futuro una famiglia del suo tempo.
Sotto un certo aspetto Federico Moccia c’è riuscito in questa missione. Perché partendo da una coppia di protagonisti ha delineato una sorta di famiglia di appartenenza che connota la vita di quei due protagonisti, babi e step.
Ce ne sono tanti, poco ma sicuro, di scrittori che ambiscono a far vivere la propria famiglia immaginaria all’interno di uno dei loro libri.
Una famiglia si trova sempre dentro un libro. E se non in senso tradizionale, in senso lato…

Pensiero numero cinquantotto

Spade_laser_incrociate

Il video di Gianluca Nicoletti sull’autismo

Un combattente che ha fretta di vincere. Chi non vorrebbe essere come lui? Ma non per diventare mister universo, o miss se donna. Non per fare sei al superenalotto due o tre volte nella vita, magari quando serve. Lui vuole, come tutti i genitori, un futuro per suo figlio.
Non vuole, comprensibilmente, suo figlio chiuso in casa dalla mattina alla sera. Quasi fosse un carcerato senza nessuna condanna. Se non quella di avere nella sua testa e nei suoi geni qualcosa di differente da un’altra persona. Ma si sa che questa è una condanna: è un dato di fatto. Che non dovrebbe far storcere il naso, ma far stringere la mano come a qualsiasi altra persona.
Si può dire a chi legge qualcosa che gli sia di supporto? Purtroppo no, perché le parole arrivano sempre sopra la cintura. Cioè dove il colpo è sempre parabile e non fa abbastanza male da creare un dolore vero.
Tutto ciò che si può fare è lasciare che l’immaginazione possa viaggiare. Che in un sonno o in un momento di pensiero qualsivoglia quei genitori tanto tranquilli di loro figlio “normale” che sta a giocare a pallone potessero capire cosa significa essere un genitore autistico. Entrare in una di quelle case e stare per cinque minuti ad osservare due persone ed un angelo che scalpita per le sue ali spezzate, rompendo senza attenzione la realtà intorno a lui.