Pensiero numero centoventinove

Come nel caso in cui non si sa come ci si senta e come si interpreti la realtà fuori o dentro la realtà genitoriale, altrettanto nella realtà da terremotato è difficile, molto difficile, dire quello che esattamente si prova a non avere ne casa ne tetto. Essere spiazzato perfino delle cose strettamente necessarie. Vivere dentro una tenda di primo soccorso e sperare che l’inverno non arrivi mai per dover lasciare la propria terra magari ricollocato in una regione e su un terreno diverso.
Non è sbagliato il lavoro giornalistico che valenti cronisti fanno per diffondere le notizie e gli accadimenti di un luogo del paese. Ma alle volte è sbagliato l’utilizzo che se ne fa partendo dal classico bar sport.
Chi dice principalmente che lo stato non esiste dovrebbe andare da quei terremotati e sentire quanto quello stato non sia presente con i suoi volontari. Che li aiuta anche se solo per i primi soccorsi. E’ giusta la polemica di una mancanza di controllo, ma non si può dire che si lasci la gente in mezzo alla strada.
Quello che poi andrebbe detto, magari, è che se per primi i cittadini non facessero i furbi ad oltranza nel dare sicurezza tanto nel privato quanto nel pubblico, magari si farebbero lavorare di più le ditte edili e poi non ci sarebbero i soliti pianti greci per le case crollate quando erano invece a norma, pareva, e non sarebbero dovute crollare…

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